Colosseo e Via dei Fori

To Rome with love

L’intreccio di storie italo-americane che Woody Allen ambienta a Roma sembra essere sconnesso.
Per capire film di questo genere, molto più che nel precedente Midnight in Paris, occorre un minimo di sensibilità che va oltre il sedersi ed assistere alla proiezione senza cercare di comprendere.

Non voglio soffermarmi sui dettagli di ognuna delle quattro singole vicende, anche stavolta un po’ fiabizzate dal consueto happy ending in puro stile americano, ma sulla morale: bisogna cogliere le occasioni che ci vengono proposte. Possono andare bene come possono andare male, ma solo provando si costruisce il bagaglio dell’esperienza.

Ecco che si palesa il collegamento con l’episodio parigino: alla speranza seguono le opportunità.
Resta il fatto che ognuno è artefice del proprio destino, e che le opportunità vanno colte.

Mezzanotte

Borghetto S.S., 23 aprile 2012

Mezzanotte. Il vento soffia, agita le tende, muove le foglie. Iniziano a sentirsi le prime gocce. Anche i gatti cercano rifugio. Nessuno è per le strade. Qualche rumore in lontananza si intromette nel ritmo ininterrotto dei miei passi.

Questo del tardo 23 aprile sarebbe un incipit riassumibile in un classico “Era una notte buia e tempestosa”. Certo, sarebbe come scolpire un viso nel marmo. Dapprima qualche colpo a sgrossare il blocco, un’idea generica e futurista che dicendo l’essenziale non dice niente.
Poi lentamente si delineano i tratti, abbandonando le avanguardie e passando ad un minimalismo in stile Bauhaus. Pochi dettagli che suggeriscono un’idea precisa, e anche qualche spazio all’interpretazione, senza però eccedere.
Ed eccoci poi allo stile dell’incipit. Esso assume un tocco neogotico. Dettagli concisi, significativi, se vogliamo inquietanti come gli scritti di Edgar Allan Poe. Non c’è spazio per l’interpretazione della scena… Ma è come se l’atmosfera riflettesse uno stato d’animo.

Quell’incipit è reale ed è quello che ho vissuto rientrando a casa stasera. Le considerazioni… Beh, sono vere anche quelle.

Tristezza

Non so nemmeno come iniziare questo post, che sto scrivendo a mezzanotte sul cesso e che su internet comparirà invece tra qualche ora.
Mi verrebbe da intitolarlo “Tristezza”, e probabilmente farò così. Perché è questo il filo che tiene in collegamento le cose che ho in mente.

Venerdì mattina, stazione, pioggia. Nei film un po’ vecchiotti è dove i protagonisti si danno l’addio, spesso con un bacio. Scena triste e strappalacrime, nonché usata alla nausea.
Sabato pomeriggio, la morte di Morosini. Povero ragazzo. Già la sua storia era triste, poi a leggere quello che ha scritto negli ultimi giorni su Twitter… Tanti sogni e tante speranze distrutti all’improvviso.
E lo sconforto nel leggere “14enne suicida dopo un brutto voto a scuola”, e lo scoramento nel vedere la situazione attuale, e tutta la confusione che ho in testa, e la pioggia… Sono cose che non fanno altro che mandare in paranoia e in depressione. Cazzo.

Hey, soul sister…

L’ultima volta ho parlato del concetto di patìa. Beh, stavolta ci andrò vicino, perché ho in testa di scrivere qualcosa sull’anima in senso emotivo.
Sì, nulla di religioso o di spirituale. Intendo proprio nel senso di relazioni ed emotività che si sviluppano tra due persone.

Avete presente il concetto di anima gemella, no? Ecco, io a questo affiancherei quello di anima sorella.
Ci sono persone che non saranno quelle che completano o rafforzano il tuo io, ma che invece ti sono così simili, o che nella loro diversità rivelano un lato di te che ignori e nel quale però ti riconosci.
Sono quelle persone con le quali non ti fidanzerai, ma con le quali c’è intesa, c’è un feeling particolare che non è amoroso, con le quali stai bene e senti che il rapporto andrà avanti per anni, attraverso le situazioni più disparate.
Sono quelle persone che comprendono il tuo stato d’animo, che condividono con te qualcosa del loro vissuto. Che sanno trasmetterti ciò che stanno provando anche a distanza di kilometri, o anche solo con uno sguardo.

Esistono. Ed aiutano la tua esistenza.

Patìa

Non soffro d’insonnia, eppure è una settimana che non riesco a dormire bene. Di solito non mi svegliano i cannoni, ora sento tutto anche alle 5 del mattino.
Non ho idea del motivo di ciò, che tra l’altro mi debilita. Qualcuno ha detto innamoramento. Sbagliato. All’inizio pensavo fosse colpa dell’ora legale. Sbagliato, visto che sta andando avanti da troppo.

E così, dunque, stanchezza e pensieri si sovrappongono. E io penso… A cosa penso?
All’empatia. Magari non nel senso prettamente scientifico, ok, ma in un senso più ampio, più a livello relazionale ed emozionale. Forse in un senso di “sym-pathos”… Direi più come comprensione e condivisione, anche se inconscia, dello stato d’animo.
Ecco, quanto questa “patìa” possa essere forte mi stupisce… Forse è solo un qualcosa che prelude, o nasconde, qualcos’altro. Probabilmente è più facile che si stabilisca tra persone che possono considerarsi simili. Forse non è niente di tutto questo. Però non saprei come definire altrimenti un intristirsi quando gli altri sono tristi, o un essere felici quando lo sono anche gli altri, o il comprendere e provare lo stato d’animo che prova un altro, pur senza aver vissuto in prima persona le circostanze che hanno portato a quella particolare situazione.

Sicuramente è un barlume di umanità, e anche se può far male in certi casi, di una cosa sono sicuro: dà speranza nel prossimo.

Fasi

La fase “felicità”, se così la si può chiamare, è durata all’incirca una settimana. Qualche giorno mi sono dovuto sforzare per cercare di trovare la felicità o la positività (ecco, questo termine mi convince di più), ma sono stato contento di averlo fatto. Peccato che quella fase sia finita, e con lei, anche un certo benessere, un qualcosa che forse si può ricondurre al saper prendere la vita più alla leggera.

Oggi, in particolare oggi, mi sono accorto di essere entrato in una fase nella quale regna la negatività. Sarà fatalismo, sarà vittimismo, sarà tutto quello che si vuole, ma a me sinceramente non piace molto.
Non so come forzare gli eventi, ma vorrei tanto che succedesse qualcosa, qualcosa di bello, che rompesse questa condizione mentale e mi riportasse in alto, non dico in tutto, ma perlomeno per quanto riguarda la sfera emotiva.

Track 3 – March

Ho passato tre giorni felici, rilassato, dopo la “pausa” dalla vita universitaria, ma alla fine di questa serata mi è capitata tra capo e collo la tegola. Piaccio ad una persona alla quale so di piacere e che mi si è rivelata, ma io non ricambio. Questo mi turba, anche perché qualsiasi sia la mia reazione ho paura che possa andare a ricadere anche su altro.
Cercherò di affrontare la situazione al meglio, cercando di essere meno indelicato e più gentile possibile. Cercherò anche di parlarne con qualcuno, per provare ad alleggerire il peso.
Farò tutto quello che è in mio potere per mantenere questa condizione di allegra spensieratezza che finalmente ho trovato e che non voglio abbandonare così presto.

Pioggia a Parigi

Midnight in Paris

Loano, 22 febbraio 2012

Mezzanotte a Parigi, sotto la pioggia. La bella fine di una favola moderna ed attuale, con lo zampino di un Woody Allen geniale.
Geniale nello staccarsi da Manhattan e nell’azzeccare la scelta prevedibile ma facilmente fallibile della Ville Lumiére come location di una storia così improbabile da contenere, in realtà, un po’ di quelle di tutti noi.
Probabilmente a noi europei sarebbe piaciuto un finale più triste e realistico del classico happy ending americano, ma riflettendo a cosa serve, se non a darci la speranza che le cose possano migliorare?
La condizione che Woody, con il suo messaggio, pone è quella di accettare che il passato non era più bello o meno problematico del presente, ma che è nel presente che bisogna vivere, magari con uno sguardo fiducioso al futuro.

Ed io? Di vivere nel presente ho la sensazione di darmene solo l’illusione di tanto in tanto. Ma la mia speranza l’ho ben presente: che prima o poi, spero presto, mi troverò a camminare sotto la pioggia a mezzanotte a Parigi, con qualcuno al mio fianco.

La solita sera mezza buttata

Un venerdì sera che non meriterebbe di essere ricordato, e che è invece il più facile da raccontare.

Metti una sera a gennaio ad andare a piedi in centro.
Metti che c’è uno sciopero dei bus al quale tu non dai rilevanza.
Metti che prospetti per una sera di andare a bere qualcosa al caldo e divertirti, e che magari poi succeda qualcosa di desiderabile.

Metti che siete voi, i soliti quattro coglioni, uno febbricitante, due timorati di Analisi e uno che sei tu che con la febbre e l’analisi non c’entri un cazzo. Metti che raccattate il quinto in piazza e che, ancora speranzosi, vi dirigete verso il locale. E sapete che ormai la serata è andata a puttane.

Metti che gli esami alle porte rompono i coglioni e quindi si torna a casa presto. E tu sei triste ed incazzato, perché la sera è andata e tu sei rimasto lì come un cucco che non sai cosa fare a mezzanotte.

Ti togli le scarpe e noti, sulla copertina di un cd di quelli allegati a MacWorld di qualche anno fa, che c’è il titolo di una canzone, “Kemikal girl” dei Flunk. La ascolti su YouTube e ti piace. Cerchi una discografia e te la procuri. Ti piace. L’unica cosa positiva della serata, ti verrebbe da dire.

E in effetti lo è.